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De libribus bonorum et malorum

La fame di profitto che permea la nostra epoca ha colpito ancora. La mercificazione totale portata dal cosiddetto progresso, stavolta ha colpito il cuore pulsante della cultura stessa: i libri. Quelli che fino ad oggi erano scrigni di sapere, sono stati travolti dal fanatismo tecnologo dell’uomo moderno che senza rispetto della creatività umana trasforma tutto in commercio, in “prodotto” da dare in pasto ai “consumatori”.
Questa nuova sedicente tecnologia, con la sua ammaliante promessa della duplicazione veloce dell’opera libraria, promette la diffusione della cultura alle masse ma in realtà sistematicamente svilisce il miracolo della creazione, declinato in senso artistico dallo scrittore.
Come potrà mai, infatti, il lettore medio attribuire valore all’Opera se il mezzo con cui gli viene veicolata è così vilmente immediato? Come potrà l’uomo comune percepire l’Arte se ciò che legge può essere così banalmente replicato in migliaia di copie, acquistato a prezzi infimi ed infine gettato via con la semplicità imbarazzante che è propria di ciò che è insignificante?
Signori, guardiamoci da questo sedicente progresso, che promette miracoli e che invece fa prosperare ignoranza ed inaridimento culturale! Io sostengo con fermezza la necessità che tutta la nostra grande comunità degli amanuensi combatta con forza la diabolica invenzione di questo cosiddetto signor Gutenberg!


Maestrine con la penna rossa (e le mestruazioni)

Ho appena finito di leggere un libro sull’evoluzionismo: L’orologiaio cieco, di Richard Dawkins, biologo considerato una sorta di Odifreddi inglese dato il suo ateismo militante (1). Non ho mai letto libri di Odifreddi, ma l’ho seguito per un po’ ed ho trovato in Dawkins lo stesso difetto: l’atteggiamento da maestrina con la penna rossa. Intendo una certa pedanteria nell’argomentare, un atteggiamento che risulta a volte lezioso. Intendiamoci, il tizio ne sa a pacchi e, anche se stilisticamente non appassiona, le informazioni sono tante e preziose. Solo che il modo di porsi, invece di essere “guarda quante belle cose che ti spiego”, è “ti spiego come rispondere ai minchioni creazionisti così ti diverti a ridicolizzarli”. Abbastanza fastidioso, anche se si deve riconoscere che è doveroso ridicolizzare i minchioni crezionisti.

A ad ogni modo le informazioni fornite sono veramente interessanti e ben spiegate, l’impegno messo per chiarire processi complessi è vasto e lodevole. Solo che, messa così, è totalmente inutile.

Mi spiego: all’inizio Dawkins dichiara esplicitamente di voler persuadere il lettore della veridicità della teoria. A parte il fatto che trattare il lettore come un adepto da indottrinare è una brutta mancanza di rispetto, questa genialata polarizza il pubblico. Quindi, genio, non convincerai nessuno, per il semplice fatto che chiunque comprerà il tuo libro sarà già un convinto darwinista (2).

Personaggi come questi, Dawkins ed Odifreddi, con il loro ateismo vomita-odio, invece di diffondere il pensiero razionale nella società lo relega ad una nicchia perchè alla lunga solo altri odiatori professionisti vorranno starli ad ascoltare.

Tipico membro dell’UAAR

Questa forza centrifuga, totalmente non necessaria, si aggiunge a quella già fin troppo potente della complessità. La scienza è sempre complessa (3) ovvero richiede uno sforzo sia alla sorgente (divulgazione) che al destinatario (compresione), si richiede cioè fatica quindi una volontà esplicita dell’uditore di ricevere informazione. Data la complessità del mondo, infatti, qualsiasi spiegazione di esso o di sue parti sarà necessariamente complessa, almeno un minimo. E sarà comunque un minimo superiore alla complessità di una qualsiasi cosmogonia teologica che è costruita apposta perchè sia spiegabile da un prete con la quinta elementare e comprensibile dal contadino analfabeta.

(1) l’aggettivo tipico delle ideologie associato al pensiero razionalista per antonomasia: praticamente un ossimoro
(2) o al massimo qualche fanatico integralista, rabbioso quanto te, che prova orgasmi bruciando libri eretici
(3) e spesso, ma non necessariamente, anche complicata


Paille-au-Nez

Mi sono recentemente interessato alla figura di Bonaparte, leggendo due grossi tomi su di lui che mi hanno preso qualche mese: una biografia romanzata (scarsa) ed un saggio militare (ottimo). È raro che io legga più di un libro su uno stesso argomento, specie a distanza ravvicinata, il tempo è poco e mi piace differenziare le letture: d’altronde la specializzazione è per gli insetti (cit.).

Leggo in giro diversi appellativi affibbiati a Napoleone, non tutti lusinghieri: l’Orco, l’Empereur, il liquidatore della rivoluzione, black swan (cigno nero). Ecco, forse quest’ultimo è quello che colpisce di più; attribuisce carattere di eccezionalità ad un personaggio storico, ovvero ad un esponente di quella categoria che tipicamente si ritiene fatta di figli del proprio tempo. Nel caso, invece, di le Tondu (altro epiteto, questo direttamente dalla Grande Armée) sembra calzare a pennello la definizione di uomo “fatto da solo” che, dal nulla, viene e sfascia tutto. Eppure non era un rivoluzionario: ruppe le uova nel paniere dei reali di tutta Europa per anni ma in patria fu in parte un restauratore.

È sempre così dopo una rivoluzione, serve una cristallizzazione dello status quo perché questo possa durare. Era questo l’intento di Bonaparte quando “liquidò la rivoluzione” tentando la ricostruzione di un clero e di una dinastia.

Già, un clero. La religione è un potente sistema di gestione del potere, cosa che un genio di quel calibro non ignorava e nominare i preti era un ottimo modo per tenere a bada il popolame.

In effetti, la parabola rinnovamento-nuovo status quo-conservatorismo ha interessato anche il cristianesimo nel corso dei secoli, cosa inevitabile per un’istituzione destinata a durare millenni. Dopo i primi due-tre secoli in cui questa setta dell’ebraismo prese piede svecchiando la visione antropomorfa della divinità, l’evoluzione in senso reazionario è evidente: iniziano i vari concilii, si concretizza la struttura gerarchica e si consolida la visione ideologica.

Ad esempio si arriva a concepire aberrazioni come il discorso della montagna (o delle beatitudini) che è molto di più che una semplice raccolta di promesse propagandistiche: è il manifesto della rassegnazione e dell’inazione. Un vero e proprio estintore aperto su ogni velleità rivoluzionaria del popolo, che dovrebbe far bene a non reagire mai a soprusi ed ingiustizie, a non disturbare il manovratore ed a rimanere miserabili, perché di essi è il regno dei cieli.

Si spiega bene, così, la religiosità di molte tirannie della storia e l’abituale opposizione del clero di Roma alle rivoluzioni; di entrambe è superfluo fare esempi.

Quindi, a chi blatera di un messaggio cristiano come rivoluzionario: balle.

E poi, si sa che Waterloo fu la più grande vittoria di Napoletone(TM).


Se questo è un uomo

La scelta è parte della vita di tutti, la scelta giusta è parte della vita di pochi. La scelta degli aggettivi riveste una grande importanza nella scrittura:  ad un certo punto ne viene richiesto l’uso per la descrizione in modo da trasmettere delle emozioni.  Servono gli aggettivi quelli giusti e proprio quelli, le metafore potranno dare solo un piccolo aiuto prima di farti scadere nell’abuso delle stesse. Anche il numero è fondamentale: troppi aggettivi confondono, scriverne tanti è il miglior modo per far saltare il paragrafo al lettore disattento, a meno che tu non sia Umberto Eco e possa altamente catafottertene, naturalmente; pochi o uno solo sono un azzardo, potresti comunicare quasi nulla oppure essere tremendamente incisivo.

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Ci sono, poi, situazioni in cui la responsabilità di scegliere bene le parole viene dalla storia, dai posteri, dalla dignità stessa di essere uomo e di mantenerne una. Primo Levi è uno di quei pochi uomini che è riuscito nell’impresa.

Adesso che tocca a me scegliere, vigliaccamente mi nascondo dietro la responsabilità limitata di questo blog e spavaldamente oso la scelta di un solo aggettivo per descrivere il suo libro: potente.

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Chi l’ha letto capirà perchè imparerò a memoria un canto della Commedia.


Se il sole muore

Quando si nomina Oriana Fallaci si fa riferimento a posizioni che fanno scalpore, scandalo, che sono oggetto di dibattiti su tv e giornali e che quindi mi fanno venire l’orticaria. Un tempo, però, non era la bigotta reazionaria in cerca di notorietà degli ultimi anni bensì una giornalista e scrittrice con un’ottima penna.

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Non solo per questo ho scelto Se il sole muore. Non solo perché è del ’65, ma soprattutto perché parla di una delle mie passioni in modo diverso dal solito: non un freddo resoconto dei ferventi preparativi per l’allunaggio, non precise disquisizioni tecniche sul Programma Mercury o Gemini ma un approccio “umanistico” al tema.

Il libro è un diario di un anno trascorso tra il KSC e Houston tra astronauti e tecnici; più che un diario sembra un’unica grossa lettera scritta al padre, molto colloquiale quindi tanto flusso di coscienza. Stile che non amo molto in effetti, ma che alla fine non mi ha disturbato più di tanto, anzi: è appropriato per creare l’atmosfera.

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L’atmosfera appunto, le pagine sono pregne di quell’ottimismo, di quel positivismo, di quella fiducia nella scienza così cieca da risultare quasi ingenua. Quella fiducia che portò in soli 10 anni un gruppo di uomini (mai abbastanza invidiati da me) sul nostro satellite. La stessa fiducia che faceva ipotizzare gli anni duemila come gli anni dell’accesso semplice allo spazio, del “andremo a prendere un caffè su Marte come ora lo prendiamo a New York!”. Aspettative ingenue, appunto, anche se supportate da autorevoli quanto futuristici progetti. Non era ancora venuto il Vietnam, la tecnologia fino ad allora aveva sempre avuto la meglio..

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Ad ogni modo, libro consigliatissimo: memorabile intervista a Von Braun, toccanti le amicizie con Deke Slayton e Pete Conrad ma soprattutto con Theodore Freeman, morto proprio in quel periodo e al quale il libro è dedicato (oltre che al padre).

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Un ultimo appunto: tutti i personaggi sono persone reali, realmente esistiti eppure sembrano usciti da un romanzo per come vengono caratterizzati ma soprattutto descritti nel loro aspetto. Stavolta però è possibile confrontare le descrizioni e l’idea che queste ci hanno dato della persona con le foto dell’epoca, una sensazione particolare..


Guida galattica per autostoppisti

Spesso, vagabondando per la rete, mi è capitato di imbattermi nell’apparentemente improprio abuso in chiave umoristica del numero 42. Ovvero: “Ma da quando in qua i numeri fanno ridere?? Ma che forum di idioti è??”. Poi ho scovato la spiegazione; avete presente il volo pindarico wikipediano (ho sempre sognato di coniare un’espressione)? Ovvero quando, su wikipedia, partite da una voce e, saltando di palo in frasca, arrivate a voci che non c’entrano un accidente? Per esempio quando partendo da Martin Mistère arrivate all’Ipotesi di rarità della Terra? Ecco, quello -.- . Per la cronaca, io sostengo il Principio di mediocrità, comunque.

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Il 42 dicevo, ecco, visto che i precedenti erano stati fin troppo seriosi, visto che avevo ancora 10 minuti di sosta pagata al parcheggio (gratta-e-sosta, mai fu scelto nome più odioso -.-), visto che la libreria mi veniva di passaggio per tornare alla macchina e, infine, visto che mi è capitato tra le mani quando lo avevo quasi completamente dimenticato, ho deciso di comprare questo libro, la Guida appunto.

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Non sono mai stato un amante dell’umorismo inglese, così, aspettandomi pura demenzialità, sono rimasto leggermente spiazzato trovandolo all’inizio. Andando avanti però l’attesa è ampiamente ripagata, probabilmente la comicità del tipo “senza senso è bello” è nata proprio con questo libro! Si perché tra pesci che fanno da traduttori simultanei, distruzioni della terra, pagine intere dedicate agli ultimi istanti di vita di un capodoglio, capitoli che durano un paragrafo e robot super depressi si rischia spesso di sforare nella demenza. In ogni caso le risate non mancano e mi ci voleva.

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Ultimo aneddoto e poi, forse, chiudo. Non mi interessa se sono logorroico, va bene? Se avete da ridire il tasto Chiudi è la in alto a destra, ok?

Dicevo: il sottotitolo della Guida è Non fatevi prendere dal panico, ovvero Don’t panic che è anche il sottotitolo della distribuzione che utilizzo per ora, ArchLinux :D di certo è una citazione, no? Magari non del tutto rassicurante però..


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