Archivi del mese: settembre 2011

Mood

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,
Silenziosa luna?

In origine questo post doveva parlare di stampa e giornalismo, ma non sono dell’umore adatto. Non trovavo nemmeno una frase d’attacco, così sto usando l’incipit più bello che io conosca. O che mi ricordi. O che mi va di usare in questo momento.

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Some candy talking

Qualche giorno fa il Papa è tornato a lanciare i suoi strali contro il relativismo morale, additato come dannosissimo per la società. La cosa, ormai abituale, non stupisce dato che è proprio la Chiesa (*) a riportare gravi danni dal fenomeno. Stavolta, però, è interessante vedere cosa viene preso in esempio per illustrare i danni della mancanza di uniformità dei principi morali personali: le rivolte inglesi di quest’estate. Nel discorso viene detto esplicitamente che se la politica non impone una morale (**) la società piomba nella sperequazione sociale e quindi nella violenza. Ora, tralasciando il fatto che non si capisce perché vietare l’aborto o l’uso di cappucci di gomma sul pisello dovrebbe avere conseguenze sull’economia, il messaggio che traspare è circa questo:


VISTO COSA SUCCEDE A NON FARCI CONVERTIRE I NEGRI? VISTO CHE SUCCEDE A NON FARCI INDOTTRINARE I VOSTRI RAGAZZI?

con un non troppo velato tono da minaccia mafiosa.
Sottolineo: non ha detto che è colpa della ghettizzazione, dell’assistenzialismo a pioggia, della crisi economica o di Chuck Norris. Ha detto che succede “quando le politiche non presumono né promuovono valori oggettivi” (testuale).
Superfluo dire che intendesse I SUOI, di valori, dato che li ritiene gli unici. Ovvero gente che si riempie la bocca di ecumenismo e dialogo interreligioso ma che realtà ci si pulisce il culo.

A proposito di altre religioni, in effetti c’è qualcosa che la Chiesa non ritiene essere causa del relativismo morale: il terrorismo. Il Papa ne ha parlato l’indomani in occasione del decennale del 11/9, limitandosi a condannare “la pretesa di agire nel nome di dio” (***) ed il terrorismo in quanto tale, senza nominare il relativismo morale.
Forse perché non poteva, dato che il terrorismo trova il suo humus proprio nelle teocrazie, che lui stesso auspica.

* le religioni in genere in effetti, questo porta alla solidarietà interreligiosa contro questo grande nemico, vedi dopo
** cioè non distingue più tra reato e peccato, ovvero la definizione di teocrazia da Cesare Beccaria in poi
*** e pure del dio sbagliato, sandnigga!!


(Old) internet explorers

Qualche giorno fa mi sono ritrovato a discutere con una persona riguardo i forum. Questa persona è un signore cinquantenne molto sveglio che usa il computer al lavoro e naviga saltuariamente su internet, abbastanza per sapere cos’è un forum e com’è organizzato. Eppure sosteneva di non fidarsene in quanto “non attendibili” e quindi li riteneva inutili per la ricerca di informazioni. In questo caso, essendo l’interlocutore sveglio, è bastato argomentare un po’ e spiegare quello che chiunque sia cresciuto nell’era digitale sa, ma in altre occasioni c’è da faticare di più, spesso inutilmente.
Il forum è assimilabile al “gruppo di amici” con i quali discuto alla pari, scambio opinioni e richiedo giudizi soggettivi, non può essere accostato ad un quotidiano o ad una rivista e quindi la pretesa di attendibilità ed oggettività non ha senso. Ma se il concetto è così semplice, perché l’errore è così comune?
Inizialmente, chiamiamola fase uno, il soggetto è abituato da anni di esperienza ad associare alla parola scritta un direttore ed una redazione o comunque si aspetta che dietro a ciò che legge ci sia un processo di controllo e filtraggio. Viene automatico quindi aspettarsi questa autorevolezza anche da un thread su un forum, per il semplice fatto che anche questo sia “parola scritta”.
Dopo aver letto qualche discussione on line, però, il nostro comincia a notare affermazioni contrastanti, pareri differenti, percepisce una generale non uniformità delle informazioni fornite e quindi si chiede chi controlli ciò che viene pubblicato. Fase due: crollano le certezze derivanti dal mondo cartaceo quando si prende atto che a scrivere sono solo persone comuni le quali competenze non sono escluse ma sicuramente non garantite. In questa fase si trovava la persona di cui sopra.
In effetti il riferimento ai forum è solo un esempio, il discorso è valido per praticamente ogni sito, dai blog ai social network. Non è un caso che praticamente ogni sito moderno preveda la possibilità di inserire dei commenti in calce. Questa pervasività della “cultura del commento” porta rapidamente alla fase tre: rifiuto completo, internet è una merda, un giochino inutile per ragazzini. Quindi anche ambienti che offrono gli stessi requisiti delle pubblicazioni tradizionali, come i siti specializzati, vengono confusi con il calderone dello user generated content solo perchè permettono i commenti in calce, come se fossero un difetto invece che un valore aggiunto. Non a caso, infatti, siti come repubblica.it o corriere.it che si rivolgono esattamente a questo tipo di utenza non permettono i commenti, o li tengono rigidamente separati dagli articoli.


Astensione non è astinenza

Sto gradualmente riconsiderando l’idea che l’astensione dal voto sia un male, seguendo il concetto che fosse qualunquismo e quindi dannoso in quanto tale. In quest’ottica vedevo con stupore affluenze del 50-60% nelle cosiddette grandi democrazie, soprattutto confrontandole con il 70-80% italiano.
Consideravo quindi il qualunquismo del “votoSilvio, queglialtri piùttasse” o del “votopiddì che ho votato sempre comunista (o socialista), io!” (*) perfettamente equivalente e sovrapponibile al “fannotuttischifo! non ce lo do il mio voto a quellillà!”. Invece no, quest’ultimo è di gran lunga preferibile.

Ad ogni flessione del numero di votanti ogni partito nota con rammarico la “disaffezione” rilevando che è un “segnale forte di sfiducia nei confronti delle istituzioni” ed un grande “richiamo di responsabilità contro il teatrino della politica”. In effetti, però, la competizione elettorale si basa tutta sulla conquista dei voti dei cosiddetti indecisi (gente che non sa chi votare, ma che comunque vota) piuttosto che sul riportare nell’urna chi non ha la minima intenzione di andarci. Insomma, abbiamo una situazione in cui i partiti, specie quelli grossi, vivono su una rendita, cioè una grossa base di voti sicuri che avrebbero praticamente in ogni caso.

Ad esempio, il PD è una merda pseudoconservatrice che ha il suo 25% di elettori garantito (**). Assicura quindi una carriera ed una fettina di potere più o meno a tutti rimuovendo ad i suoi iscritti ogni sprone a cambiare lo status quo, ovvero quello che dovrebbe essere l’obiettivo di qualsiasi forza progressista. Conclusione: il PD ha troppi voti. (***)

Non ho ancora smesso di considerare il voto consapevole (diverso dal voto impegnato, in senso classico) l’unica via per mantenere sostenibile la democrazia come forma di governo. Non posso però fare a meno di prendere atto che sia merce rara. La qualità è sempre nemica dei grossi numeri ed aumentare il numero dei voti ragionati è arduo. Quello che si può fare è aumentarne percentualmente la rilevanza, auspicando quindi che aumenti l’astensione.

(*) cui va aggiunta la recente deriva dei “Silviommerda!” “Silviofascio!” “dittatura!” e simili..
(**) per i motivi più disparati, dallo spauracchio Silvio al voto a prescindere sinistride, non è un giudizio il mio ma una constatazione
(***) gli elettori del PD mi scuseranno se mi pulisco il culo con la loro par condicio, rinunciando ad esporre le motivazioni secondo le quali il PDL ha troppi voti rispetto a quanti ne meriterebbe, principalmente per motivi di spazio


Generalmente generalizzo, generando genericamente generalità

Come sempre quando calco la mano verso una categoria sono stato criticato perché “generalizzo”. Ora, mettiamo intanto in chiaro che l’accezione negativa della parola è immotivata: le generalizzazione è estremamente democratica, è equa. La natura generalizza: viene una glaciazione e bam, tutti quelli che non reagiscono alla situazione si estinguono e buonanotte.
Se dico che costringere donne e ragazze a girare bardate con uno sciarpone su testa e collo, anche con 40°C, è una minchiata galattica e che la religione che ha partorito ‘sta cagata è un retaggio medioevale di cui liberarsi subito vengo ripreso; eh, no, generalizzi, l’islam moderato e progressista e blah bla alb lab lba. Certo. Le cose non sono MAI sbagliate, sei TU che non capisci, non contestualizzi, non approfondisci, non hai la sensibilita di distinguere.. un paio di palle. Merda medievale, via.
L’obiezione successiva, tipicamente, è: e tu come ti senti quando ti danno del mafioso in quanto siciliano e/o italiano? Tralasciando il puerile ricorso al senso di colpa dico che certo, è triste sentirsi etichettare senza motivo.. senza motivo? Davvero senza motivo? E perché? Io cos’ho fatto di concreto contro la mafia? Cosa ho fatto per dare al mondo un’immagine di una Sicilia che espelle la mafia come corpo estraneo invece di una che la partorisce e ci convive? Beh, forse quell’appellativo era privo di fondamento pratico, ma la reazione da bocciolo di rosa indignato, da fiocco di neve macchiato dall’onta dell’accusa non è così giustificabile.
Questi, comunque, sono tutti espedienti dialettici per ostacolare, e non smontare, il discorso. Una critica onesta sarebbe: il meccanismo che illustri non funziona perché x, y e z; la critica generalmente fatta invece è: del meccanismo che illustri non se ne deve parlare perchè si offendono x, y e z, generalizzando li stai includendo ingiustamente. Sticazzi, mollate quel babà con la panna, signori diversamente magri. (**)

(*) nota per i finocchi cattosinistridi: non sto esprimendo un giudizio morale dicendo che la cosa sia giusta e che auguro l’estinzione a tutta la vostra categoria, è solo un esempio
(**) nota per i finocchi di cui alla nota (*), prima che mi diate del fascista pro-eugenetica faccio notare che non ho proposto la revoca dei servizi dello stato a chi si sente in diritto di non dimagrire, ma solo che questo comportamento sia socialmente malvisto


Set the controls for the ass of the moon

Come tutti gli ufficiali e sottufficiali di qualsiasi esercito imparano molto presto, una volta partecipato a qualche azione di combattimento, è che il modo migliore per “sbloccare” un soldato immobilizzato dal terrore è dargli un compito. Non per forza utile o necessario; un ordine preciso fa concentrare il soldato su un compito pratico, lo responsabilizza e lo distoglie dall’orrore in cui era sprofondato.
Vedo nelle nostre nazioni impantanate nella crisi proprio quello stato di immobilismo e pianto isterico, sfortunatamente senza nessun tenente ad urlare ordini nella nostra direzione: lo shock improvviso del credit crunch ha lasciato i nostri soldati-nazione terrorizzati e piagnucolanti in cerca di un riparo.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale lo stato in cui versava l’Italia e l’intera Europa era pietoso: eppure in pochi anni vediamo l’economia fiorire e le 500 sulle autostrade per andare in vacanza. Ok, va bene il Piano Marshall, ma un risultato del genere non si raggiunge senza una ferma volontà della popolazione di risollevarsi: maniche su e ricostruire, era il motto. Un obiettivo, appunto.
Il giochino rallentò quando l’obiettivo fu dato da quel cumulo di letame che furono le grandi ideologie politiche: instaurare il comunismo o resistervi. Finita quella merda, l’ultimo colpo di reni prima della definitiva frenata fu, almeno per l’Italia, l’entrata e relativa creazione dell’Europa unita. Un progetto alto, di ampio respiro e con prospettive durature nel tempo, quel tocco di incertezza (funzionerà? ce la faremo?) che dava l’idea di sfida. La promessa di interrompere definitivamente l’ininterrotta serie di combattimenti sul suolo europeo che va avanti dalla caduta dell’Impero Romano. Gli italiani accettarono le tasse in più perché qualcuno aveva indicato una direzione, si strinsero i denti e si riuscì.
Ritengo che l’attuale generale impressione di navigazione a vista sia dovuta a questo, la gente non ci “crede”: farsi il culo perchè? Perchè veniamo da anni in cui traguardo era l’eurino in meno sulla tassina: minchia che ambizione..

Passando dal sociale all’individuale, con un cambio di prospettiva brusco quanto una giunzione PN, il trend è simile nella cosiddetta crisi dei quarant’anni. Il classico omino (o donnina, non cambia) che si sente vuoto e depresso, incazzato per non avere niente di cui incazzarsi davvero e che riversa fiumi di denaro su solerti psicologi che si premurano di convincerlo che, in realtà, voleva scoparsi la mammina. Sì, certo.
Beh, non ho 40 anni ma mi lancio comunque in un’ipotesi. Il suddetto omino non ha avuto grossi problemi finché si è trattato di conseguire una laurea, un lavoro, una moglie che praticasse la fellatio senza farsi pregare troppo, uno-due figli. A questo punto non deve far altro che inserire il pilota automatico ed andare avanti fino alla pensione e vede questo come il “meritato riposo”: sviluppa quindi una forte resistenza alla minima variazione dello status quo, che diventa quindi esso stesso fonte dello svuotamento interiore lamentato. Il circolo vizioso è servito.


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