Archivi del mese: agosto 2011

Ciccioni

Il problema dell’obesità è un problema culturale. Non si tratta però di cultura alimentare: ormai qualunque fesso dovrebbe aver capito che quella montagna di patatine fritte coperte di maionese non l’aiuterà a rimuovere quei rotolini lardosi strabordanti.
Un indice del problema è il suo nome: obesità, un termine clinico cioè. L’eufemismo richiama ciò che si è fatto per i disabili: “mongoloide” non un modo elegantissimo per indicare qualcuno affetto da Sindrome di Down. Si è quindi imposta una nomenclatura che, giustamente in quel caso, viene usata per persone che sono malate e non per colpa loro.
Ma un ciccione?
Davvero un grassone lardoso che prende due posti in aereo è “malato” e quindi “merita rispetto” perché non si deve “offendere la sua sensibilità e dignità umana”?
Un paio di palle, dico io.
Il meccanismo auto-assolutorio che porta il tizio extra-large a tuffarsi tra le braccia di psicologi (per la felicità del loro portafogli, ma evidentemente non delle loro braccia) e medici, per la felicità del bilancio della sanità statale innesca un circolo vizioso che peggiora il problema. Malattia un cazzo: i casi che vanno operati sono un’infima percentuale, per fortuna.
Prendiamo il fumo. È ormai universalmente accettato che il fumo faccia male; essendo il protezionismo una cazzata mondiale e non potendo quindi vietare la vendita delle sigarette, si sono ghettizzati i fumatori. Leggi autoritarie hanno vietato alle sigarette ampie porzioni dei luoghi pubblici, la pubblicità al tabacco è vietata (in barba al libero mercato) ed i pacchetti presentano simpatici messaggi intimidatori (se avete lo stomaco forte andate a vedere cosa mettono sui pacchetti inglesi).
Risultato: è passato il messaggio. Oggi è possibile che, in un gruppo di amici, il fumatore venga apertamente criticato per il suo “viziaccio” che fa tanto male, che è costoso, ti rende schiavo e che mi da pure abbastanza fastidio. Spostati in là, fottuta ciminiera!
Nessuno, però, andrà ad sfottere il lardone intimandogli di mollare la seconda granita con panna della giornata; potrebbe offendersi.


Paille-au-Nez

Mi sono recentemente interessato alla figura di Bonaparte, leggendo due grossi tomi su di lui che mi hanno preso qualche mese: una biografia romanzata (scarsa) ed un saggio militare (ottimo). È raro che io legga più di un libro su uno stesso argomento, specie a distanza ravvicinata, il tempo è poco e mi piace differenziare le letture: d’altronde la specializzazione è per gli insetti (cit.).

Leggo in giro diversi appellativi affibbiati a Napoleone, non tutti lusinghieri: l’Orco, l’Empereur, il liquidatore della rivoluzione, black swan (cigno nero). Ecco, forse quest’ultimo è quello che colpisce di più; attribuisce carattere di eccezionalità ad un personaggio storico, ovvero ad un esponente di quella categoria che tipicamente si ritiene fatta di figli del proprio tempo. Nel caso, invece, di le Tondu (altro epiteto, questo direttamente dalla Grande Armée) sembra calzare a pennello la definizione di uomo “fatto da solo” che, dal nulla, viene e sfascia tutto. Eppure non era un rivoluzionario: ruppe le uova nel paniere dei reali di tutta Europa per anni ma in patria fu in parte un restauratore.

È sempre così dopo una rivoluzione, serve una cristallizzazione dello status quo perché questo possa durare. Era questo l’intento di Bonaparte quando “liquidò la rivoluzione” tentando la ricostruzione di un clero e di una dinastia.

Già, un clero. La religione è un potente sistema di gestione del potere, cosa che un genio di quel calibro non ignorava e nominare i preti era un ottimo modo per tenere a bada il popolame.

In effetti, la parabola rinnovamento-nuovo status quo-conservatorismo ha interessato anche il cristianesimo nel corso dei secoli, cosa inevitabile per un’istituzione destinata a durare millenni. Dopo i primi due-tre secoli in cui questa setta dell’ebraismo prese piede svecchiando la visione antropomorfa della divinità, l’evoluzione in senso reazionario è evidente: iniziano i vari concilii, si concretizza la struttura gerarchica e si consolida la visione ideologica.

Ad esempio si arriva a concepire aberrazioni come il discorso della montagna (o delle beatitudini) che è molto di più che una semplice raccolta di promesse propagandistiche: è il manifesto della rassegnazione e dell’inazione. Un vero e proprio estintore aperto su ogni velleità rivoluzionaria del popolo, che dovrebbe far bene a non reagire mai a soprusi ed ingiustizie, a non disturbare il manovratore ed a rimanere miserabili, perché di essi è il regno dei cieli.

Si spiega bene, così, la religiosità di molte tirannie della storia e l’abituale opposizione del clero di Roma alle rivoluzioni; di entrambe è superfluo fare esempi.

Quindi, a chi blatera di un messaggio cristiano come rivoluzionario: balle.

E poi, si sa che Waterloo fu la più grande vittoria di Napoletone(TM).


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