Ad esempio, a me piace il nord

Mi piacerebbe tentare di spiegare per esteso il mio punto di vista sulla diatriba nord/sud, ormai stantia, che finisce sempre per uscir fuori quando discuto con dei messinesi. Quando esprimo il mio fastidio riguardo un aspetto di Messina, o del sud in generale, vengo spesso additato come pseudo-traditore, come se in un paio d’anni di vita padana avessi sviluppato chissà quale senso di superiorità che mi fa sparlare di questo e di quello. Vorrei rassicurare un po’ tutti che il mio disprezzo sicuramente non nasce negli ultimi due anni ma nei vent’anni precedenti: dovrei amare una terra che mi caccia via a calci, espellendomi come un corpo estraneo (1), solo perchè ci sono cresciuto? Beh vorrei sfatare anche quest’altra leggenda: essere nativo di un luogo non è una maledizione che devi portarti appresso per tutta la vita! Rimane del tutto mia la facoltà di apprezzare qualsiasi luogo mi vada di apprezzare e di considerare quello di provenienza un buco squallido (2). Di tutte queste accuse non vedo davvero alcun motivo, se non il fatto che siano reazioni stizzite alle mie parole che quindi evidentemente colgono nel segno.
 
Vedo invece piuttosto chiaramente il fine di un’altra classe di argomenti spesso introdotti nei discorsi, che io chiamo “argomenti autoassolutori”. Tipicamente queste tesi tendono a dimostrare che, in fondo, i problemi del sud (3) ce li hanno tutti, che tutto il mondo è paese e che tanto la birra del sabato sera a Dusseldorf è bevuta con le stesse modalità a Salerno.
Ritengo strettamente legato a questo l’ormai diffusa leggenda (4) del revisionismo risorgimentale, quella che vuole il nord straccione che invade, conquista e depreda l’industrializzato ed opulento sud che adesso è povero perchè i sabaudi depredarono il tesoro statale borbonico (LOL!).
Sono tutti argomenti che ricadono nella radicatissima dialettica autoassolutoria meridionale che si può riassumere tutta in “non è colpa mia”. OGNI stramaledetta risposta quando si fa presente un problema meridionale si può ricondurre a quella frase! A turno la colpa di QUALSIASI stortura del sud è dei politici, dell’invasione sabauda, della dominazione araba, della cassa del mezzogiorno, del terremoto, dell’inondazione e delle cavallette. Mai, mai, mai la colpa è del comportamento sbagliato del singolo cittadino qualunque, che anzi si considera vittima, povero bocciol di rosa!
 

Argomentazioni che, normalmente, considererei innocentemente ridicole, diventano pericolosamente dannose nel momento in cui sono tese all’assoluzione da ogni responsabilità e quindi al mantenimento dello status quo.
 
A chi mi sta ora accusando di superbia e presuntuosità: non mi ritengo perfetto, migliore; no, tutt’altro. Anch’io ho il mio bagaglio di errori, sbagli, piccole illegalità, la differenza sta altrove.
 
La differenza sta nella volontà di cambiare i comportamenti scorretti.
 
L’unico risultato che si ottiene giustificandosi a tutti i costi è quello di mantenere le cose così come stanno. L’unica strada per il cambiamento passa per l’evoluzione, per il miglioramento costante del singolo. Non posso far altro che odiare qualsiasi resistenza a questo processo, che è poi una delle tante resistenze al progresso.
 
 
 
 
(1) Se ho il senso civico di voler fare la raccolta differenziata senza aspettare che il poliziotto di turno mi ci costringa voglio poterlo proporre senza che mi si rida in faccia.

(2) È ciò che penso di Messina. Se qualche messinese si sente punto nell’orgoglio non ho davvero che farci, forse farebbe meglio a farci qualcosa lui. D’altronde se non si è la soluzione allora si è parte del problema..

(3) Non è un post su questi, quindi non mi metto certo ad elencarli qui. Se avete qualche problema con questo andate pure alla nota (2)

(4) La ritengo tale, ma se anche fosse vera il mio discorso non cambierebbe di una virgola, vedi dopo.
 


De libribus bonorum et malorum

La fame di profitto che permea la nostra epoca ha colpito ancora. La mercificazione totale portata dal cosiddetto progresso, stavolta ha colpito il cuore pulsante della cultura stessa: i libri. Quelli che fino ad oggi erano scrigni di sapere, sono stati travolti dal fanatismo tecnologo dell’uomo moderno che senza rispetto della creatività umana trasforma tutto in commercio, in “prodotto” da dare in pasto ai “consumatori”.
Questa nuova sedicente tecnologia, con la sua ammaliante promessa della duplicazione veloce dell’opera libraria, promette la diffusione della cultura alle masse ma in realtà sistematicamente svilisce il miracolo della creazione, declinato in senso artistico dallo scrittore.
Come potrà mai, infatti, il lettore medio attribuire valore all’Opera se il mezzo con cui gli viene veicolata è così vilmente immediato? Come potrà l’uomo comune percepire l’Arte se ciò che legge può essere così banalmente replicato in migliaia di copie, acquistato a prezzi infimi ed infine gettato via con la semplicità imbarazzante che è propria di ciò che è insignificante?
Signori, guardiamoci da questo sedicente progresso, che promette miracoli e che invece fa prosperare ignoranza ed inaridimento culturale! Io sostengo con fermezza la necessità che tutta la nostra grande comunità degli amanuensi combatta con forza la diabolica invenzione di questo cosiddetto signor Gutenberg!


La stanza delle fiabe

Naturalmente sarebbe più piacevole pensare diversamente: sarebbe più bello credere che la pianta ornamentale che abbiamo nel tinello “senta” le nostre emozioni e reagisca alle nostre parole e ai nostri pensieri; o credere che le sue foglie abbiano un'”aura”, una specie di “corpo astrale” che le avvolge con la sua energia, così come avvolge tutte le altre forme viventi e le rende animate; o che quest'”aura” si modifichi con i nostri sentimenti e i nostri pensieri.
Sarebbe fantastico anche credere che tutti noi possediamo un “fluido” capace di agire sulle cose o sulle persone, attraverso dei trasferimenti o degli scambi di “energie”.
Se si vuol però credere in questi fenomeni straordinari è bene non informarsi troppo, perché si rischia di rimanere delusi, dal momento che la scienza sembra proprio smentirci tutte queste cose, una per una.

Naturalmente possiamo (come fanno molti parapsicologi e molti medium) accusare la scienza di non saper vedere al di là di un palmo dal proprio naso, e di fermarsi alla dimensione fisica.
Può darsi. Il fatto è, però, che non si possono confondere le credenze con la conoscenza: sono due cose diverse. Altrimenti si confonde Galileo col Mago Merlino.

È una storia vecchia quanto il mondo, e che è cominciata forse quando la prima eclissi di sole vista dall’uomo delle caverne venne interpretata come un segno magico, appartenente a una “dimensione” che non poteva essere solo fisica.
E’ forse deludente scoprire che l’eclissi non è un fenomeno paranormale? E’ meglio continuare a credere che appartenga a una dimensione misteriosa? Personalmente penso che le qualità dell’uomo vengono esaltate dalla sua capacità di elevarsi nella conoscenza, più che nel suo talento di coltivare antiche illusioni.

Per far questo, purtroppo, è però necessario rinunciare a un certo mondo incantato; è necessario cioè uscire dalla stanza delle fiabe e dei racconti fantastici. Ciò può essere scomodo e anche deludente. Personalmente non lo penso. Penso che l’avventura dell’intelligenza sia molto più stimolante di quella della credulità. E che il desiderio di scoprire sia più eccitante di quello di rimanere nella stanza delle fiabe.

E credo che, comunque, sia difficile rimanerci quando la porta è ormai aperta.

Tratto da Viaggio nel mondo del paranormale di Piero Angela, 1978.


Shock the monkey

La superficialità con cui la gggente tente a discutere di certi temi ha dell’incredibile; tendo sempre a sperare che, con il persistere di un certo “tema” nell’opinione pubblica i pareri tendano a maturare, approfondendo almeno in parte la questione. Illuso. Niente di niente, le frasi rimangono sempre le stesse nel più totale appiattimento, diventano quasi dei meme senza nemmeno un webcomic su cui finire.

Insomma, succede che adesso, all improvviso, tutti hanno scoperto che chi comanda viene pagato molto. Wow. Chi l’avrebbe mai detto. Privilegi li chiamano. Certo. Beh vi svelo un segreto, è così che funziona: serve un incentivo a fare del proprio meglio ed a fare carriera. Sentiamo, geni, come convincereste qualcuno a spendere anni ad accumulare le conoscenze, a far maturare i talenti, insomma a fare tutta la trafila necessaria per arrivare ai piani alti? Con uno stipendio da operaio? Ma certo, ovvio.

Affermando l’ovvio, se qualcuno è incompetente nel proprio lavoro QUALSIASI; stipendio sarebbe troppo alto. Se un consigliere comunale non sa fare una ‘O’ col bicchiere,  non è l’auto blu a dare scandalo. Se un parlamentare è stupido, ignorante, gretto e magari anche ladro non è il vitalizio a farmi arrabbiare. E’ il il fatto stesso che stiano lì ad essere indecente, a qualsiasi onorario; il danno sarebbe enorme anche se venissero pagati a mille euro al mese.

In un’ottica meritocratica tutti vorremmo che ai posti di comando ci fossero le persone più competenti nell’ambito competente alla carica rivestita. Per forza di cose, quindi, i dirigenti con più esperienza dovranno venire anche dal privato. Gli stipendi ed i benefit, quindi, dovranno essere necessariamente concorrenziali per rendere appetibili i posti ai manager bravi ed onesti. Altrimenti l’unico motivo per farsi assumere in un’azienda pubblica sarebbe quello mafioso: presidiare un posto di potere per ottenerne i favori.
Come se non bastasse relegando i talenti nel settore privato, oltre a spostare l’incompetenza nel pubblico per polarizzazione, ed azzerando lo scambio tra i due mondi, otteniamo dei politici sempre più di professione ed una amministrazione pubblica sempre più casta. Toh, una delle parole cattive cattive che non vi piacciono tanto in questo periodo.
Quindi chi blatera di parlamentari a mille euro al mese non sa quello che dice, oltre ad illudersi che un provvedimento del genere basti a coprire una manovra finanziaria.


Sul giornale c’è scritto:
puoi fidarti di me
il peggiore di tutti
si è scoperto chi è.


Who ya gonna call?

Ieri, mentre ero sull’autobus (1) riflettevo su un articolo di Paolo Attivissimo, giustamente molto critico su una tizia beccata a truffare la gente millantando poteri paranormali. Mi è venuta in mente un’espressione letta qualche tempo fa: “tassa sulla stupidità” (2); modo gentile per esprimere come questi avvoltoi spillino dei soldi alla parte più intellettualmente fragile della società. Non correggerei in “tassa sull’ignoranza”, dato che anche le schiere dei laureati sono piene di creduloni di vario genere.
Dato che tra i compiti dello stato c’è quello della difesa del cittadino (di ogni cittadino), principalmente da sè stesso, mi sono chiesto come lo stato potrebbe operare in questo caso: la questione è interessante perchè porta ad un cul-de-sac.

Naturalmente la truffa è illegale, ma una condanna del truffatore implica che la vittima riconosca (ammetta?) di essere stata truffata, che vinca la vergogna denunciandolo ed infine che la giustizia dimostri inequivocabilmente la truffa. Ce li vedo Woodcock e Boccassini a dimostrare che quel piattino era mosso dal medium invece che dal povero nonnino morto. Edizione straordinaria: intercettato nonno di Berlusconi dall’aldilà.
Inoltre non si può mettere sotto indagine singolarmente ogni incasso di ogni Divino Otelma che passa.

Se invece si vietasse la commercializzazione di qualsiasi cosa non riconosciuto dalla scienza, ad esempio l’omeopatia, si lascerebbero fuori tutti gli ambiti in cui la scienza non si pronuncia ovvero i campi in cui operano preti, medium e parlatori con l’oltretomba in generale. Sarebbe anche difficile definire legalmente il “riconoscimento scientifico”: non si possono elencare le conoscenze sperimentiali odierne e fissarle per sempre, perchè queste crescono di giorno in giorno; significherebbe vietare la vendita di qualsiasi nuova tecnologia sviluppata da quel momento in poi. Non si può però nemmeno aggiornare periodicamente questo elenco perchè vorrebbe dire spostare il potere legislativo dal parlamento alla comunità scientifica; cosa vagamente anticostituzionale.

Insomma, non se ne esce: possiamo arrestare Vanna Marchi che diagnostica il malocchio saturando di sale l’acqua, ma non possiamo vietare la vendita di acqua distillata a monsieur Boiron o impedire che la gente paghi gli spiritisti perchè parlino col figlio morto.
(1) ho letto l’articolo sull’autobus ed ho segnato qualche appunto per questo post su Google Documents, post che altrimenti avrei dimenticato di scrivere; Android mi sposta il cazzeggio sui tempi morti, non c’è più religione..

(2) non ricordo chi fosse, ricordavo che l’avesse detta uno scienziato ma wikiquote dice che è di uno scrittore di fantascienza; in effetti, più propriamente, si riferiva al gioco


Maestrine con la penna rossa (e le mestruazioni)

Ho appena finito di leggere un libro sull’evoluzionismo: L’orologiaio cieco, di Richard Dawkins, biologo considerato una sorta di Odifreddi inglese dato il suo ateismo militante (1). Non ho mai letto libri di Odifreddi, ma l’ho seguito per un po’ ed ho trovato in Dawkins lo stesso difetto: l’atteggiamento da maestrina con la penna rossa. Intendo una certa pedanteria nell’argomentare, un atteggiamento che risulta a volte lezioso. Intendiamoci, il tizio ne sa a pacchi e, anche se stilisticamente non appassiona, le informazioni sono tante e preziose. Solo che il modo di porsi, invece di essere “guarda quante belle cose che ti spiego”, è “ti spiego come rispondere ai minchioni creazionisti così ti diverti a ridicolizzarli”. Abbastanza fastidioso, anche se si deve riconoscere che è doveroso ridicolizzare i minchioni crezionisti.

A ad ogni modo le informazioni fornite sono veramente interessanti e ben spiegate, l’impegno messo per chiarire processi complessi è vasto e lodevole. Solo che, messa così, è totalmente inutile.

Mi spiego: all’inizio Dawkins dichiara esplicitamente di voler persuadere il lettore della veridicità della teoria. A parte il fatto che trattare il lettore come un adepto da indottrinare è una brutta mancanza di rispetto, questa genialata polarizza il pubblico. Quindi, genio, non convincerai nessuno, per il semplice fatto che chiunque comprerà il tuo libro sarà già un convinto darwinista (2).

Personaggi come questi, Dawkins ed Odifreddi, con il loro ateismo vomita-odio, invece di diffondere il pensiero razionale nella società lo relega ad una nicchia perchè alla lunga solo altri odiatori professionisti vorranno starli ad ascoltare.

Tipico membro dell’UAAR

Questa forza centrifuga, totalmente non necessaria, si aggiunge a quella già fin troppo potente della complessità. La scienza è sempre complessa (3) ovvero richiede uno sforzo sia alla sorgente (divulgazione) che al destinatario (compresione), si richiede cioè fatica quindi una volontà esplicita dell’uditore di ricevere informazione. Data la complessità del mondo, infatti, qualsiasi spiegazione di esso o di sue parti sarà necessariamente complessa, almeno un minimo. E sarà comunque un minimo superiore alla complessità di una qualsiasi cosmogonia teologica che è costruita apposta perchè sia spiegabile da un prete con la quinta elementare e comprensibile dal contadino analfabeta.

(1) l’aggettivo tipico delle ideologie associato al pensiero razionalista per antonomasia: praticamente un ossimoro
(2) o al massimo qualche fanatico integralista, rabbioso quanto te, che prova orgasmi bruciando libri eretici
(3) e spesso, ma non necessariamente, anche complicata


Apologia del dubbio

Una delle mie vanterie è quella di avere una mente razionale; o meglio mi sforzo di affrontare razionalmente le situazioni che incontro. La tipica conclusione della gente quando lo dico è che quindi io sia netto e preciso nel prendere decisioni e che le segua con incrollabile vigore una volta prese. Beh, vi state sbagliando di grosso. Per di più ho piene le scatole di questi geniacci farciti di fede incrollabile nella loro ideologia o, peggio, in sé stessi e nelle loro capacità; non hanno nessun dubbio, loro, tirano dritto.
Posso quasi quasi capire quelli che simulano questo atteggiamento per abbindolare le ragazze stupide (1), affascinate dall’uomo forte e puntualmente da questo bidonate. Quelli che invece davvero non hanno mai dubbi sono esattamente l’antitesi della razionalità, questi sono un danno per sé (mai abbastanza) e per la società. Il ragionamento che mi porta a questa conclusione è molto semplice, eppure è precluso ai più: chiunque abbia un atteggiamento abbastanza razionale non può non cogliere la complessità del mondo e, con essa, l’assenza di qualsiasi Verità Assoluta(TM) (2). Da qui ad un atteggiamento perlomeno umile nell’approcciarsi al mondo, il passo è breve. Cosicchè il dubbio perde la sua tipica accezione negativa e diventa uno strumento per approcciare il mondo: prudenza e curiosità. Una volta preso atto dell’aleatorietà della vita, senza quindi fuggire nascondendosi dietro a dogmi facendo finta che non esista, solo dubitando del proprio punto di vista se ne possono prendere in considerazione altri e scegliere quindi il migliore.
La conseguenza diretta di questo, però, è che i fessi di cui sopra scambiano per pavido chiunque non sia fesso nel modo in cui lo sono loro. Non è il caso di preoccuparsene troppo e lasciar fare al buon vecchio Darwin il suo lavoro, in questi casi.
Abbiamo, invece, un problema nel caso in cui una di queste persone possieda effettivamente delle grandi capacità, accompagnate quindi ad un ego smisurato. Queste persone diventano tipicamente dei leader perché hanno abbastanza capacità per competere in bravura ed abbastanza autostima per imporsi agli imbecilli.
In effetti, non penso che il potere dia alla testa. Penso invece che siano proprio i requisiti per ottenerlo a portare inevitabilmente alla megalomania il leader.

(1) non ho compassione di voi: siete stupide e quindi meritate il trattamento
(2) curioso notare l’enormità di volte in cui questo marchio è stato registrato


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